Olivier Assayas alla ricerca del cattivo perfetto e Guillermo del Toro e il suo film che ‘non è una metafora dell’intelligenza artificiale’
Il programma del festival accosta in due giornate consecutive la creatura di Frankenstein, il mostro archetipico della cultura occidentale moderna, e Vladimir Putin, il mostro funzionale all’attuale discorso dell’Occidente su sé stesso. Che la figura di Frankenstein riguardi creazione e scoperta del mondo e quella di Putin potere e paranoia potrebbe suggerire a qualche maligno una lettura estensiva, alba e tramonto: l’Occidente inizia col nero gioco gotico di Mary Shelley e finisce azzuffandosi sulla grottesca tragedia russa del putinismo. Ma per comodità facciamo finta che qui al Lido si parli solo di cinema e dei prezzi insopportabili dello spritz.
Infatti Olivier Assayas, visibilmente e comprensibilmente desideroso di schivare le polemiche, in sala stampa cita la nota battuta di Alfred Hitchcock secondo il quale più riuscito era il cattivo migliore era il film. Dunque è questo che lo ha attratto verso la figura di Putin, un villain magari meno spettacolare ma senz’altro più temuto di quelli della Marvel? «Non è il primo né l’ultimo film che ritrae personaggi terribili», spiega ancora il regista. «Pensate a ‘Scarface’, al ‘Padrino’ o a ‘Nosferatu’. Ho sempre pensato che nel profondo la questione del male e delle sue ambiguità appartenga e sia sempre appartenuta al cinema». Sceneggiato con Emmanuel Carrère, che nel film ha un cammeo fisico e uno spirituale attraverso l’apparizione del personaggio di Limonov, ‘Il Mago del Cremlino’ è quasi un docudrama sulla carriera di Vladimir Putin (un Jude Law mimetico che a tratti mette i brividi) con un’esile ma gradevole drammaturgia di contorno sul protagonista-narratore, l’immaginario consigliere e stratega Vadim Baranov, interpretato da un serafico e splendido Paul Dano.
«La cosa positiva che ho tratto da Putin? Ho imparato il judo», dice Law con una battuta che da un lato schiva la domanda insidiosa, dall’altro testimonia quanto profonda sia stata la sua immersione nel personaggio. La difficoltà, spiega, è stata quella di scavare oltre la proverbiale imperscrutabilità di Putin, “l’uomo senza volto” del celebre saggio di Masha Gessen. «Putin ha una specie di maschera. Ho lavorato sul conflitto tra provare molto ed esprimere pochissimo, in tutta onestà è stata quella la chiave».
A proposito di facce, quella angelica di Jacob Elordi nascosta, deformata e solcata da cicatrici per farne il mostro di Frankenstein ha destato grande impressione, «la Creatura è stato un contenitore in cui riversare ogni parte di me. Dal momento in cui sono nato fino a oggi è tutto nel personaggio» ha spiegato l’attore, forse il divo hollywoodiano più luminoso della sua nuova emergente generazione. «E in molti sensi, la creatura che si vede sullo schermo in questo film è una sorta di forma pura di me stesso. Lui è più me di quanto lo sia io”. ‘Frankenstein’ è un film magistrale, un saggio della padronanza ormai assoluta del mezzo da parte di Del Toro, un film fatto con passione e rispetto per il testo originale ma che contiene un monito per la nostra epoca: razionalità non è sinonimo di libertà, tecnologia non è sinonimo di progresso. Poter fare qualcosa non significa che farlo sia una buona idea. «Ma non è una metafora dell’intelligenza artificiale», ha spiegato il regista messicano, accolto con grande affetto al Lido dove ha già vinto il Leone d’Oro nel 2017 con ‘La forma dell’acqua’. «Non ho paura dell’intelligenza artificiale, ma della stupidità naturale. Viviamo in un’epoca di terrore e intimidazione. E non c’è nulla di più importante che restare comprensivi verso la nostra stessa umanità e fallibilità, in un tempo in cui tutto spinge verso l’assolutismo bipolare. Il film cerca di mostrare personaggi imperfetti e il diritto che abbiamo di rimanere imperfetti, il diritto che abbiamo di comprenderci a vicenda anche nelle circostanze più opprimenti».
Parole che risultano tanto più significative perché pronunciate a un paio di pareti e poche centinaia di metri di distanza dai manifestanti sbarcati al Lido per Venice4Palestine. Forse la Mostra è solo cinema, ma in questi giorni è difficile crederci