laR+ Lettere dei lettori

La striscia di Gaza e le vacche di Fanfani

Non vorrei apparire irriverente e insensibile di fronte alla tragedia che da un paio d’anni si sta consumando nel vicino Medio Oriente. Non starò a ripetere gli argomenti triti e ritriti che ogni sera vengono sciorinati su tutti i canali tv, a sapere di chi è la colpa di avere cominciato per primo i massacri che si sono susseguiti. Per me, il punto cruciale è sempre lo stesso: la ferma volontà della Palestina, e per essa Hamas (a proposito, qualcuno potrebbe spiegare bene chi è costui o costoro, perché tutti a ripetere come un mantra questo termine) e suoi seguaci, di voler distruggere lo Stato ebraico di Israele. Lo dicono loro e lo ripetono spesso, e quindi bisogna crederci. Con queste premesse e con una controparte siffatta non potranno mai esserci colloqui costruttivi per una pace duratura. E adesso, mi direte, che c’entrano le vacche di Fanfani. Molti, anche i meno vecchi, ricordano ancora la figura di Amintore Fanfani, un esponente di spicco della Democrazia cristiana, più volte presidente del Consiglio italiano. In una delle sue uscite fuori porta, nella campagna romana, fece tappa con visita, in rappresentanza del governo, a un’azienda agricola composta da vacche. Il fattore preparò la mandria con cura, esponendo i migliori capi davanti in bella mostra, in attesa dell’illustre ospite. I giornali, il giorno dopo, commentarono positivamente l’evento, accompagnandolo con una vignetta in cui si vedeva una vacca che fissava Fanfani, chiedendo, “scusi, ma noi non ci siamo già visti?”. La spiegazione era che le vacche, sempre le stesse, venivano caricate su un autocarro adibito al bestiame e trasportate nei posti dove sarebbe passato Fanfani. Orbene, ripeto, senza voler sminuire questa tragedia umana, ho un po’ l’impressione che le immagini tv di questi poveri disperati che con padelle, pentole e altri recipienti scassati cerchino affannosamente un po’ di cibo per sfamarsi, siano sempre le stesse e diffuse un po’ ad arte, per, da un lato, mettere ancora di più in cattiva luce l’odiato “aggressore” e, dall’altro, accentuare maggiormente la disperazione e la sofferenza di quei poveri disgraziati.