Spettacolarizzazione mediatica e strumentalizzazione politica trasformano Losanna in un pezzo di Francia. L’analisi del politologo Mountazar Jaffar
Un 43enne eritreo è morto sabato all’ospedale a Losanna. Pochi giorni prima, in piena notte, aveva ricevuto un calcio in faccia durante un alterco con membri dello staff di un ristorante in Place de la Riponne, nel cuore della città. Il fatto è emerso solo martedì, sulle pagine del ‘24 heures’. Poi ieri oltre 200 persone si sono radunate sulla piazza, al termine di una marcia silenziosa dal cimitero di Bois-de-Vaux, per ricordare ‘Sirage’. Per sottrarre la sua morte, rimasta nel cono d’ombra mediatico, all’anonimato.
Eppure in questi giorni tutti i fari dei media erano puntati su Losanna. Domenica e lunedì, nel quartiere di Prélaz, due notti di disordini hanno fatto seguito alla morte di un 17enne, schiantatosi contro un muro mentre su uno scooter rubato cercava di fuggire a una pattuglia della polizia che lo inseguiva. Decine di giovani e adulti, molti incappucciati, si sono scatenati contro la polizia erigendo barricate, dando fuoco a cassonetti, vandalizzando una fermata del bus e lanciando fuochi d’artificio, pietre e molotov contro gli agenti, che a loro volta hanno replicato con gas lacrimogeni, getti d’acqua e proiettili di gomma.
Il caos è stato immortalato in lungo e in largo, spettacolarizzato da fotografie e filmati che hanno fatto il giro della Svizzera. Molti giornalisti sono andati lì: se non per cercare di capire, quantomeno per vedere e sentire cos’avevano da dire gli attoniti abitanti. I riferimenti alla realtà francese si sono sprecati. I Giovani Udc non si sono fatti pregare: “La nostra città non diventerà una banlieue parigina”. L’Udc vodese ha denunciato la “tolleranza lassista” delle autorità di “una città diventata – sotto molti aspetti – invivibile”, in preda all’“inselvaggiamento” (‘ensauvagement’).
“Abbiamo la fortuna di vivere in un Paese così calmo che, quando succedono cose del genere, sembrano più eccezionali di quanto non lo siano effettivamente”, dice a ‘laRegione’ Mountazar Jaffar, politologo e assistente all’Università di Losanna. Il 30enne, eletto nel 2021 al Consiglio comunale sulla lista del Ps, è cresciuto nel quartiere popolare e multietnico della Bourdonnette, poco distante da Prélaz, dove abitano i genitori (di origine irachena) e che lui conosce bene. Dal 2023 Jaffar è anche presidente della Piattaforma delle associazioni di quartiere di Losanna.
Jaffar è cresciuto nel quartiere multietnico della Bourdonnette, non distante da Prélaz
Prélaz non è un quartiere pericoloso, anzi. È bastato però “qualche cassonetto in fiamme per far scattare paragoni azzardati”. Non solo nei media. Anche nei “discorsi allarmisti di certi attori politici, ai quali conviene presentare le ‘grandi’ città svizzere – tutte governate dalla sinistra, tranne Lugano – come pericolose, non più in grado di controllare una popolazione dove le persone con un passato migratorio sono sempre più numerose”. Una “strumentalizzazione a fini politici che di solito funziona: quando ci sono problemi che riguardano gli stranieri, l’Udc si rafforza nei sondaggi. Un po’ come accade in Francia con il Front national”, osserva Jaffar.
Prélaz come Clichy-sous-Bois, la città della ‘banlieue’ parigina dove vent’anni fa scoppiarono violenti disordini tra popolazione e forze dell’ordine dopo la morte di due adolescenti in fuga da un controllo di polizia? Il parallelismo “non ha alcun senso”, risponde il politologo. “Sono due realtà che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Clichy-sous-Bois anzitutto è una cittadina a sé stante, non un quartiere in piena città come Prélaz. La situazione socio-economica, inoltre, non è paragonabile: a Clichy-sous-Bois il 30% dei giovani adulti è senza lavoro, il 56% della popolazione vive in alloggi sussidiati, il reddito medio è del 25% inferiore alla media nazionale. Qui si può tranquillamente parlare di un fenomeno di declassamento, che spiega almeno in parte la collera giovanile”. A Losanna, per contro, “i giovani sono ben inseriti nella realtà locale, e in ogni quartiere abbiamo centri socioculturali ben frequentati”. Il capoluogo vodese è la città più giovane della Svizzera: l’età mediana (significa che la metà della popolazione è sopra questa soglia e l’altra metà sotto) è di 37 anni. Il tasso di stranieri (attorno al 45%) è un po’ più elevato degli altri principali centri, Ginevra esclusa.
Diversamente da altre zone della città, dove il fenomeno comunque non è così pronunciato come a Ginevra o Zurigo, a Prélaz – quartiere una volta operaio, oggi popolare e multietnico (più o meno come quasi tutti i quartieri losannesi) – la gentrificazione (il processo di riqualifica di zone urbane che comporta l’arrivo di residenti benestanti e la partenza di quelli meno abbienti) non ha (ancora?) preso piede. Più in generale, spiega Jaffar, a Losanna negli ultimi vent’anni si è addirittura assistito a una sorta di “livellamento”: i quartieri più poveri si sono ‘arricchiti’, mentre quelli più ricchi hanno visto le disparità di reddito diminuire. Questo “distingue Losanna da altre realtà urbane”, in Svizzera e altrove. Per spiegare quel che è accaduto a Prélaz, dunque, “non è sul piano delle caratteristiche urbanistiche e socio-economiche che troviamo una risposta”. D’altronde, “una parte delle persone – relativamente poche: 150 circa – che hanno preso parte ai disordini non abitano lì, ma sono venute da fuori, in particolare da Ginevra. E chi abita nel quartiere non era affatto contento dello spettacolo. La stessa famiglia di Marvin [il ragazzo rimasto ucciso, ndr] ha subito lanciato un appello alla calma”.
Mountazar Jaffar vede però un tratto comune fra la realtà della sua città di 150mila abitanti e quella metropolitana di altri Paesi: è “il razzismo strutturale diffuso nella società, che purtroppo trova terreno fertile anche nei corpi di polizia. L’Onu lo denuncia da tempo in Svizzera. Grazie ai social media, poi, quel che oggi succede in un tranquillo quartiere di una tranquilla città svizzera trova eco ovunque nel mondo. E allora la morte di un ragazzo che vede coinvolta la polizia a Losanna – non è la prima: negli ultimi nove anni nel canton Vaud sette persone di colore sono decedute in relazione a un intervento della polizia – viene subito affiancata a casi simili in Francia o negli Stati Uniti, dove nel ruolo di vittima c’è quasi sempre qualcuno di pelle nera o di origine magrebina”.
Del resto, al clamore suscitato dai fatti di Prélaz ha contribuito una duplice coincidenza: la conferenza stampa nella quale lunedì il Municipio di Losanna ha reso noto che, in alcune chat private, agenti della Polizia comunale si scambiavano messaggi dai contenuti razzisti, sessisti, antisemiti e discriminatori; e la pubblicazione, lo stesso giorno, dei risultati di una contro-inchiesta indipendente sulla morte di Roger Nzoy, il 37enne zurighese di pelle nera ucciso da un poliziotto alla stazione di Morges nel 2021.
Keystone
Prélaz, Losanna
Anche nella sua città, tra i giovani di origine africana e magrebina è presente “una certa frustrazione per la sensazione di essere trattati in maniera diversa e ingiusta da parte delle forze dell’ordine”. Una sorta di “coscienza collettiva”, spiega ancora Jaffar, nutrita “dai racconti di chi è stato trattato in malo modo dagli agenti e da episodi che si ripetono a cadenza regolare da parecchi anni, con i responsabili che in pratica l’hanno sempre fatta franca”. È anche “questa paura – non solo l’adrenalina – a spiegare perché alcuni di loro cercano di fuggire di fronte a una polizia che deve svolgere un lavoro complicato con effettivi non adeguati”. Una polizia la cui eredità è “piena di demoni”, ha detto alla ‘Nzz’ Frédéric Maillard, che da anni la affianca in qualità di consulente esterno.