Intervista al presidente Gabriele Gendotti e al direttore Davide Robbiani in occasione dei 25 anni dell’Istituto di ricerca in biomedicina di Bellinzona
Da quattro gruppi di ricerca agli odierni tredici e da una ventina di collaboratori agli attuali 164. L’Istituto di ricerca in biomedicina (Irb) di Bellinzona in 25 anni è cresciuto notevolmente (960 pubblicazioni scientifiche, 135 giovani che hanno ottenuto il dottorato, 46 brevetti) e «non vogliamo fermarci», afferma il presidente Gabriele Gendotti a ‘laRegione’. Per farlo bisogna però in particolare «consolidare ulteriormente le finanze che in ogni caso al momento sono in salute». Un aiuto potrebbe anche provenire dalla Confederazione: a febbraio il Consiglio federale deciderà infatti se riconoscere il consorzio formato da Università della Svizzera italiana (Usi), Irb, Istituto oncologico di ricerca (Ior) ed Ente ospedaliero cantonale (Eoc), in collaborazione con il Politecnico federale di Zurigo, come Polo di ricerca nazionale nell’ambito dello studio dell’invecchiamento e delle malattie ad esso connesse. Un riconoscimento che «oltre a validare la qualità scientifica del nostro lavoro, permetterebbe di attingere a fondi importanti elargiti dalla Confederazione, oltre che consolidare ulteriormente i rapporti con il Politecnico e incrementare la visibilità dell’istituto», spiega da parte sua il direttore Davide Robbiani.
L’Irb è stato inaugurato nel settembre del 2000 e quest’anno festeggia dunque un quarto di secolo di attività: «Inizialmente non tutti ci credevano», afferma Gendotti che si era occupato del dossier in qualità di granconsigliere e che proprio in quell’anno è stato eletto in Consiglio di Stato. «In Gran Consiglio c’era una certa titubanza. La questione si sbloccò grazie a una lettera di Marco Baggiolini (rinomato immunologo e biochimico nato a Bellinzona, ndr) che raccomandava vivamente di realizzare l’istituto». Da quel momento nel parlamento ticinese si formò una maggioranza che diede il la al progetto. «È stato un atto di coraggio molto ambizioso in un territorio, il Ticino, dove le attività di ricerca erano ancora poco diffuse».
Dal 2000 il settore della ricerca a Bellinzona è costantemente cresciuto, diventando il fiore all’occhiello della regione e del cantone. Uno dei passi più significativi è stato la costruzione dell’attuale sede in via Chiesa, inaugurata nel 2021 e dove, oltre all’Irb, hanno trovato spazio anche Ior e laboratori di Eoc. Tuttavia, a dimostrazione del successo ottenuto, gli spazi sono immediatamente stati occupati, mostrando la necessità di un ulteriore sviluppo infrastrutturale. E infatti, proprio accanto alla nuova sede, è previsto di realizzare un altro stabile ‘gemello’ con ulteriori laboratori di ricerca, ma anche aule per riunioni scientifiche e per attività di formazione universitaria, siccome Ior e Irb sono entrambi affiliati all’Usi.
Insomma, a Bellinzona, oltre a ricercatori di fama mondiale, arriveranno anche sempre più studenti. E anch’essi hanno bisogno di spazi, in particolare dove alloggiare. Per questo motivo Gendotti annuncia anche l’idea di realizzare una ‘Guesthouse’ per gli studenti dell’Irb, ma anche per quelli dello Ior: «Il comparto in via Chiesa assomiglia sempre di più a un campus universitario», afferma. «Di conseguenza servono anche spazi dove ospitare parte degli attuali 300 tra ricercatori e studenti». In questo contesto «è stato individuato un luogo nelle vicinanze dove sarà possibile farli alloggiare». Il progetto dovrebbe partire entro la fine di quest’anno per poi veder realizzata, se non vi saranno ostacoli, la Guesthouse nel 2027.
Si diceva delle sfide. Oltre a maggiori spazi per i ricercatori, l’altra grande sfida sono le finanze, in particolare per quanto riguarda la gestione di base dell’infrastruttura, compresa la manutenzione delle apparecchiature altamente specialistiche. In sostanza «l’istituto e i suoi collaboratori crescono, mentre i contributi a disposizione per lo ‘zoccolo’ che sostiene la ricerca rimangono praticamente invariati», precisa il presidente. In questo caso si tratta principalmente di contributi pubblici, ovvero comunali, cantonali e federali, ai quali si aggiungono anche alcuni fondi da parte di fondazioni e privati. Se da un lato Città di Bellinzona – che ha investito svariati milioni e concesso diritti di superficie – e Cantone hanno sempre fatto egregiamente la loro parte, forse è proprio a livello federale che si potrebbe ottenere qualcosa in più. Insomma, «il finanziamento dell’istituto sta diventando sempre di più un fattore limitante alla crescita. E frenare questa crescita sarebbe un errore».
Ed è proprio in questo senso che si inserisce la candidatura congiunta per diventare un National center of competence for research (Nccr), ovvero un Polo di ricerca nazionale, nell’ambito della ricerca legata all’invecchiamento. Un settore con «un grande potenziale di nuove scoperte che genererebbero importanti ricadute sulla società». Un progetto che «permetterebbe al Ticino di fare un salto di qualità e di crescere ulteriormente nel campo della ricerca, consolidando inoltre le sinergie che già ci sono con altri istituti ed enti». Per ulteriormente consolidare le finanze si cercherà pure di «raccogliere fondi filantropici in modo più efficiente». Altre ‘entrate’ per l’istituto sono rappresentate dai brevetti dati in licenza – «scoperte che permettono di elaborare soluzioni a favore della salute umana» – e da enti che finanziano le attività di ricerca. In sostanza l’Irb vuole «continuare a migliorare e a crescere. E non necessariamente a livello di numero di collaboratori, ma per quanto riguarda la qualità della ricerca» che, va detto, ha già raggiunto una competitività a livello internazionale molto alta, tanto che a Bellinzona arrivano ricercatori ambiti anche dalle più prestigiose università mondiali.
All’Irb lavorano dunque ricercatori che provengono dall’estero, ma anche molti confederati, pure ticinesi. Un esempio lampante di questi ritorni nel cantone d’origine (fino a 25 anni fa quasi impensabile per persone con una formazione accademica scientifica altamente specializzata) è proprio l’attuale direttore Davide Robbiani, che dopo una carriera di successo negli Stati Uniti è tornato in Ticino. E non è l’unico: da giugno 2026 la giovane Gea Cereghetti assumerà la carica di direttrice di laboratorio, in provenienza dall’università di Cambridge, in Inghilterra. Cereghetti ha studiato al Poli di Zurigo, dove ha anche conseguito il dottorato. Si è così specializzata nella biologia della separazione di fase, della condensazione e dell’aggregazione delle proteine. Questi processi svolgono un ruolo importante nelle risposte fisiologiche allo stress, nella regolazione immunitaria e nelle malattie legate all’invecchiamento. Malattie legate all’invecchiamento che sono proprio il campo di ricerca legato alla candidatura a Nccr. E questo dimostra come l’Irb creda fortemente nell’ottenimento di questo riconoscimento. Da segnalare anche che recentemente Samuel Nobs – ricercatore di origine svizzera che ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti a livello mondiale – è stato pure nominato direttore di laboratorio. Il suo team studierà l’interazione tra microbioma e sistema immunitario polmonare.
A livello scientifico un’altra sfida dell’Irb è quella di «riuscire a continuare ad attrarre talento», sottolinea Robbiani. In questo caso viene in aiuto «la visibilità delle nostre pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali rinomate, così come mettere a disposizione tecnologie e macchinari all’avanguardia». Visibilità che permette dunque di attrarre all’Irb, come detto, ricercatori rinomati che da parte loro portano «competenze complementari a quelle che abbiamo già, permettendoci di partire verso nuovi fronti promettenti». E il prestigio porta anche a collaborazioni importanti, come quella con «l’università Rockefeller di New York nell’ambito delle malattie infettive o quella recentemente siglata con l’università Humanitas di Milano nel campo dello studio delle malattie autoimmuni».
Ma cosa si fa in sostanza all’Irb? «Sin dall’inizio la missione dell’istituto era chiara: svolgere ricerca a favore della salute umana», spiega il direttore. «Una missione che è stata perseguita con particolare enfasi sull’immunologia: cellule e molecole che rappresentano il nostro esercito personale, difendendoci da virus e batteri. Possono inoltre riconoscere e distruggere cellule tumorali. Il sistema immunitario gioca un ruolo anche in altri processi biologici, come l’invecchiamento». Ma non solo: «L’istituto sin dall’inizio ha pure sviluppato ricerche nel campo delle malattie epidemiche». In quest’ambito si pensa dunque subito alla pandemia legata alla diffusione del coronavirus: «Grazie anche a collaborazioni locali, l’Irb ha contribuito a raggiungere risultati importanti a livello internazionale», sottolinea Robbiani. «Attualmente la sfida è cercare di anticipare future epidemie, essendo consapevoli che, purtroppo, molto probabilmente ve ne saranno altre». E infatti «già ora ci si può preparare a livello biomedico per trovare contromisure per combattere future crisi sanitarie».
La domanda sorge ora spontanea: vi è quindi stata una scoperta che può essere definita la più importante? «Se ne citassi una, scontenterei parecchi ricercatori», risponde il direttore sorridendo. «Direi quindi che l’esperimento che ha avuto più successo è quello fatto dalla Città di Bellinzona oltre 25 anni fa. Città che ha sempre creduto (e che crede ancora fortemente) in questo istituto e nel valore della ricerca in generale». Un esperimento che «ha portato risvolti positivi in termini di conoscenza e che ha permesso di (ri)portare tanti giovani talenti nella regione. Questo coraggio è quindi sicuramente stato il successo più importante». E i frutti si vedono: nel 2023 Bak Economics ha pubblicato un’analisi sul settore scienze della vita a Bellinzona. Ebbene, oltre al successo scientifico, l’istituto elvetico riscontrava un valore aggiunto di quasi 80 milioni di franchi in termini di ricadute economiche sul comprensorio cittadino. Inoltre, recentemente il rapporto ‘Regional Innovation Scoreboard 2025’, pubblicato dalla Commissione europea, posizionava il Ticino al sesto posto quale regione più innovativa d’Europa (seconda a livello svizzero dopo Zurigo).
Insomma, il settore della ricerca a Bellinzona, partendo praticamente da zero, è oggi diventato un punto di riferimento a livello internazionale. Ma non ci si accontenta. Si vuole ancora crescere, sia a livello infrastrutturale, sia scientifico.