È nelle sale l'opera seconda dei talentuosi gemelli australiani Danny e Michael Philippou, quelli di ‘Talk To Me’
Ecco nelle sale, per la terza o quarta volta quest’anno, “l’horror più spaventoso dell’anno”: ‘Bring Her Back’. Al netto dell’etichetta inflazionata, le referenze sono davvero ottime: prodotto dalla A24, che ormai sta all’horror sofisticato come la Le Creuset alle pentole in ghisa, opera seconda dei gemelli australiani Danny e Michael Philippou, classe 1992, autori nel 2022 dell’acclamato ‘Talk To Me’. Acclamato e bello davvero, al netto di una patina e alcune pose che alcuni critici superciliosi trovarono furbette (ma questa storia dei “film furbetti” come categoria derogatoria è insidiosa: voi avete mai visto un buon film che sia anche tonto?). Al centro della trama c’era una mano diabolica, un feticcio demoniaco da robivecchi un po’ alla Stephen King, che iniziava a circolare tra gli adolescenti perché offriva un trip molto particolare, quello di entrare per una trentina di secondi in rapporto con il mondo dei morti. Tutto sotto controllo a patto di staccarsi in tempo, più o meno, finché nel gioco non veniva coinvolta Mia, incapace di elaborare il lutto per il suicidio della madre.
‘Bring Her Back’ apparentemente non riparte da molto lontano: Andy (Billy Barratt) e la sorella Piper (Sora Wong) dopo la morte del padre vengono affidati a Laura (Sally Hawkins), un’ex assistente sociale dal curriculum impeccabile, fatto salvo il problemuccio – non lo consideriamo spoiler, visto che l’informazione è in tutti i trailer del film e, bè, nel suo stesso titolo – di essere invischiata in oscuri rituali demoniaci russofoni nel tentativo di riportare in vita la figlia Cathy, annegata in piscina.
Come in ‘Talk To Me’ i protagonisti sono orfani, l’orrore ruota intorno all’incapacità di accettare la morte di una persona amata, c’è miglior comunicazione tra il mondo dei vivi e l’oltretomba che tra il mondo degli adulti e i ragazzini.
Questo ‘Bring Her Back’ insiste poi in particolar modo sul tema dello sguardo, inevitabilmente un po’ metacinematografico: Piper, come nella realtà la sua interprete Sora Wong, è ipovedente, e fin dalle prime sequenze – interessante quella della morte del padre, che Andy scopre con la vista e Piper con l’udito e il tatto – è chiaro che il film intende arrovellarsi su una domanda ben precisa: amare qualcuno significa nascondergli gli orrori del mondo o mostrarglieli? La risposta di due registi horror, va detto, non è difficile da intuire in partenza.
Nell’andamento però si avverte la vera differenza tra questo ‘Bring Her Back’ e ‘Talk To Me’. La forza dell’esordio dei due registi australiani, nel 2022, era quella di una relazione col genere horror gaudente ma promiscua: ‘Talk To Me’ giocava coi generi, dal coming of age al melodramma, sfiorava l’immaginario di tutto un certo cinema anni Novanta su adolescenti e droga, lasciava cioè che l’inquietudine maturasse su sentieri lontani dall’horror puro per poi aggredire improvvisamente lo spettatore con due o tre sequenze, non di più, veramente terrificanti, luciferine, formidabili. ‘Bring Her Back’ è invece è un horror-horror, che tiene a ricordare praticamente in ogni scena che ci troviamo in un horror, dove succedono e succederanno cose da horror. Corpi intrecciati, deformazioni, cannibalismo, rituali atroci, insetti sgranocchiati, piscine spettrali. Questi due ragazzi australiani hanno la mano ferma e un gran gusto per un orrore freddo, materico, se ne può ammirare la devozione al genere, ma la varietà della gamma espressiva del film ne risente un po’: è come se la manopola del volume fosse incastrata ai massimi fin dall’inizio. La sensazione è quella di un’opera che gioca un po’ troppo presto tutte le carte che ha in mano, e alza la posta del disgusto e del terrore prima che lo spettatore abbia il tempo di sviluppare per i personaggi altri sentimenti più empatici.
I rapporti tra i personaggi, in particolare tra i due fratelli, e poi tra loro e la nuova “madre” affidataria, sono strani e poco chiari per lo spettatore, il che generalmente è un bene, ma a volte lo sembrano anche per i personaggi stessi, che passano dalla diffidenza reciproca all’abbandono, da un’estraneità da brividi a improvvisi momenti di confidenza e intimità, un po’ come capita o serve alla trama.
‘Bring Her Back’ è un film ammirevole più che un bel film, ammirevole per la durezza con cui porta avanti il suo discorso sull’inadeguatezza del mondo degli adulti a prendersi cura dei ragazzi, senza concedersi né concedere allo spettatore vie di fuga consolatorie, e per come tiene fermo lo sguardo sul cuore più repellente e disturbante di questo fallimento, traducendolo in immagini che eufemisticamente potremmo definire incisive. Ed è un film ammirevole per come si reinventa costantemente, scartando e rilanciando sul piano della mitologia: ‘Bring Her Back’ è un Frankenstein su una maternità mostruosa? Un Hänsel e Gretel con l’affetto genitoriale al posto dei dolcetti della strega? Una parabola sulla violenza domestica? Un horror politico? Una fiaba nera su una casa maledetta nel bosco? Una meditazione sul lutto? È tutte queste cose e nessuna, perché i Philippou sfiorano tutti questi immaginari senza sceglierne uno, tenendo l’attenzione sul dramma della solitudine di due fratelli a cui non è rimasto nessuno, e che pur amandosi non riescono ad aiutarsi e sostenersi a vicenda. Ma non è un bel film, o non lo è completamente, perché i personaggi non riescono a essere molto di più che le proprie funzioni (perfino la grande Sally Hawkins non può fare di più che un po’ di istrionismo, per animare una semi-villain parecchio prevedibile), perché l’eccesso di orrore a un certo punto invece di comunicare assorda e anestetizza, e la rabbia e la disperazione che il film indubbiamente comunica risultano infine un po’ impersonali, raggelanti ma tutto sommato lontane, e la storia stessa, risoluzione compresa, ha un che di generico. Confermato però il grande talento dei Philippou per singole scene raccapriccianti: dopo ‘Bring Her Back’, non guarderete più un coltello da cucina e un melone allo stesso modo.