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A Venezia la pioggia, Baumbach e Lanthimos

In Concorso il fantascientifico ‘Bugonia’, il meno solido ‘Jay Kelly’ e un duro ma necessario ‘Orphan’

Bojtorján Barábas in ‘Orphan’ di László Nemes
28 agosto 2025
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La pioggia si diverte a scandire i ritmi al Lido e fa da sfondo al sonoro in diverse sale, la laguna grigia non invita alla spiaggia e le sale si riempiono con tre film in Concorso che accontentato tutti i gusti: ‘Bugonia’, interessante dramma umano fantascientifico di Yorgos Lanthimos; ‘Jay Kelly’, commedia scritta e diretta da Noah Baumbach con un George Clooney a tutto campo; ‘Orphan’ di un László Nemes che ci porta nella Budapest del 1957 dopo l’intervento delle truppe sovietiche del maresciallo Ivan Stepanovič Konev chiamate a risolvere la rivoluzione ungherese del 1956.

La salvezza aliena

‘Bugonia’, del greco battente bandiera britannica Yorgos Lanthimos, è un remake in lingua inglese del film del 2003 ‘Jigureul jikyeora!’ (Save the Green Planet!) del sudcoreano Jang Joon-hwan. Rispetto al film asiatico Lanthimos trasforma la ragazza circense complice del protagonista maschile – Teddy, un apicoltore cospirazionista (l’intenso e convincente Jesse Plemons) – nel cugino Don, ragazzo infantile che segue senza discutere le idee del protagonista. Il regista trasforma poi l’altro protagonista, il rapito e l’amministratore delegato di una grande azienda farmaceutica, in una donna, Michelle (una straordinaria Emma Stone).

Il film si apre con il rapimento di Michelle da parte di Teddy e del cugino che la portano nella cantina della loro fattoria: i due sono sconvolti dal fatto che le api, di cui cercano di prendersi cura, stiano morendo e ritengono che Michelle e la sua azienda siano responsabili. Ma nello stesso tempo sono convinti che lei sia un alieno e che possa aiutarli a organizzare un incontro con altri alieni per perorare la salvezza delle api e dell’umanità. Il racconto procede con un ritmo serrato e avvincente, tra torture e violenze che stoicamente Michelle subisce, e la ricerca di verità da parte del duo dei cugini che, per non provare emozioni sessuali, si erano preparati sterilizzandosi. Inutile dire che il finale è mozzafiato e amaro, con una ciliegina aliena che sorprende. Gran film che ha meritato tutti gli applausi di un pubblico attento ed emozionato.

Vuoto di regia con buona trama e straordinari attori

Non convince in pieno ‘Jay Kelly’ di Noah Baumbach: il regista, reduce dal successo di ‘Barbie’ di cui era sceneggiatore, qui si mostra non adeguato alla forza del suo scritto. La sua è una regia fiacca e vuota di idee: va bene che è un film per Netflix, ma non basta l’impegno degli attori a sostenerlo. Non importa che ci sia George Clooney – nel ruolo di Jay Kelly, un famoso attore che va in crisi pensando al rapporto mai avuto con le figlie – o ci sia Adam Sandler, il suo devoto manager: tutti finiscono in una recita frammentaria priva di un supporto direttoriale. Alcune scene poi sono girate malissimo, senza emozione. Resta una buona trama, il racconto malinconico di un uomo che, giunto a un’età più che matura, fa i conti con i ricordi, che si fanno pesanti, e che lo costringono a provare a rivedersi senza averne la volontà.

Il ritratto di un tempo doloroso

Di ben altro spessore è ‘Orphan’ del regista ungherese László Nemes, un film che si avvale della bella fotografia di Mátyás Erdély, capace di smussare e rendere accettabile la forza e la rabbia che il racconto esprime.

Siamo in una Budapest che porta ancora i segni della guerra a cui si sono sovrapposti quelli della rivoluzione fallita, una città che vive, insieme ai drammi della dominazione sovietica, quelli non cancellati degli ebrei che sono tornati a vivere nella città che li aveva traditi, trovando insieme a una nuova violenza, quella silenziosa dei negozi e delle case che erano loro e che sono ora nelle fredde mani ungheresi. In questo clima il regista ci porta a conoscere Andor, un ragazzino ebreo che la madre ha cresciuto nel ricordo di un marito amato perso nel conflitto, un padre affettuoso e purtroppo defunto. In realtà è figlio di un uomo che l’aveva nascosta per soldi dalle retate naziste e che poi l’aveva stuprata, e continua a farlo. Lo stesso uomo brutale che ora vuole regolare la sua posizione con la donna e il figlio.

Film duro, ritratto di un tempo doloroso, dove tutti alla fine perdono il senso di poter essere felici. Scrive il regista: “Queste vicende hanno plasmato il nostro presente e continuano a perseguitarci, mettendo persino in discussione il futuro della nostra civiltà”.

Il fantasma di Werner Herzog

Fuori Concorso delude “Ghost Elephants” di Werner Herzog, un film tronfio e irritante, dove si celebra la distanza tra l’uomo e il mondo animale, ma soprattutto tra l’uomo bianco e l’Africa, con un sentimento che credevamo perso, quello dello spirito colonialista che non muore mai. Peccato, il prossimo 5 settembre Herzog compirà 82 anni, poteva festeggiarli meglio, intanto gli hanno assegnato un Leone d’oro alla carriera, quella si è luminosa.