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Ventiduesimo femminicidio in Svizzera: basta scaricare colpe, servono soluzioni

(Ti-Press)

Ventidue femminicidi in otto mesi. Ventidue vite spezzate che gridano all’urgenza di un impegno collettivo, istituzionale, politico e culturale. Ogni vittima ci ricorda che la violenza di genere non è un fatto privato, ma una piaga sociale che la Confederazione e i Cantoni devono affrontare con strumenti concreti, risorse adeguate e soprattutto con profondo senso di responsabilità.

In questo contesto, leggere in una recente interrogazione parlamentare che, dopo l’ultimo drammatico caso, anziché proporre soluzioni, si scelga di puntare il dito contro le politiche migratorie e contro la sinistra, risulta sconfortante. Non si fermano i femminicidi indicando presunti “colpevoli ideologici”, né si costruisce sicurezza per le donne alimentando sospetti verso intere comunità o trasformando la tragedia in arma politica. È inaccettabile che, di fronte a ventidue femminicidi, ci sia chi trovi più importante attaccare una parte politica piuttosto che unirsi a un impegno comune per prevenire nuove morti.

Attribuire alla sinistra la responsabilità di questi drammi, come fa l’atto parlamentare, significa distogliere lo sguardo dal vero problema: la persistenza di una cultura patriarcale che attraversa tutti i contesti sociali, economici e culturali, in Svizzera come altrove. La violenza di genere non conosce passaporti: è il prodotto di disuguaglianze e stereotipi radicati. Studi internazionali e ricerche condotte in Svizzera ci dicono che il filo rosso che accomuna gli autori è una mascolinità patriarcale basata sul dominio e sul controllo.

Se davvero vogliamo fermare questa spirale di violenza, servono risposte ben diverse da accuse ideologiche. Da anni mi impegno per misure concrete a livello preventivo e di presa a carico delle vittime, chiedendo di riconoscere il femminicidio come tale, ossia l’uccisione di una donna in quanto donna. In questi sforzi, i Cantoni devono essere al fronte. Recentemente è stata posta in consultazione una modifica legislativa – scaturita da una mozione da me inoltrata nel 2022 al Consiglio degli Stati, poi approvata dal parlamento federale – che chiede servizi specialistici per la presa a carico delle vittime di violenza sessualizzata in tutti i Cantoni. Come direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport ritengo che anche la scuola debba avere un ruolo centrale nell’educazione al rispetto, insegnando che la violenza non è mai una risposta e che la dignità di ciascuna persona va difesa sempre. Ecco perché in Ticino proponiamo attività in favore della parità e contro gli stereotipi e la violenza di genere nelle scuole. I Cantoni devono inoltre incrementare i posti sicuri nei rifugi e nelle case protette per donne e bambini. La Confederazione deve a sua volta fare di più mettendo a disposizione risorse sufficienti per contrastare la violenza domestica e sessualizzata, promuovendo una raccolta dati completa e trasparente per orientare le politiche pubbliche, e riconoscendo pienamente la violenza economica quale forma specifica di violenza di genere.

Votando nel giugno scorso a favore dell’adozione di una legge cantonale contro la violenza domestica, il Gran Consiglio ticinese ha effettuato un passo importante. Ma una legge, da sola, non salva vite: servono campagne di sensibilizzazione che parlino a tutta la società, senza stigmatizzare nessuno, e servono mezzi finanziari sufficienti per passare dalle parole ai fatti. Ventidue femminicidi in Svizzera in otto mesi– cui si aggiungono nove tentativi di femminicidio – non possono essere ridotti a un terreno di scontro politico. Non è scaricando colpe che si proteggono le donne. È assumendoci la responsabilità collettiva e dotando il nostro Paese degli strumenti giusti che possiamo fare in modo che mai più una donna venga uccisa perché donna.