Queste parole di Tom Fletcher mi hanno tenuta sveglia stanotte. Perché sì, le loro morti mi ossessionano. Mi fanno sentire miserabile. Mi chiedo perché non faccio di più per salvare le vittime delle guerre? Mi nascondo dietro delle scuse come “non parto al fronte perché i miei figli hanno bisogno di me”. Ed è anche vero... ma hanno probabilmente ancora più bisogno di un mondo nel quale la vergognosa disumanizzazione dell’essere umano (e non solo) sia, come minimo, il vettore per ribellarsi, per agire, per fare di tutto per evitare che accada quello che sta accadendo da mesi sotto gli occhi del mondo intero. Allora perché non inizio uno sciopero della fame, non vado nelle zone pericolose, non divento un’attivista coraggiosa? Chi lo sa? Magari, perché ho paura di morire? O semplicemente non ho la forza di cambiare la mia vita così drasticamente? Ci sono dei giorni in cui sono davvero convinta che anche i piccoli gesti quotidiani siano necessari per ottenere il cambiamento collettivo al quale aspiriamo in tanti. Giorni in cui credo davvero che la consapevolezza dell’impatto delle proprie azioni, pur discrete che siano, è anche essa un’arma potente contro il capitalismo e il patriarcato... ma ci sono anche dei giorni, e delle notti, in cui invece queste convinzioni mi abbandonano... Allora, cerco di convivere con la mia vergogna e il mio senso di colpa. Tento di convincermi che perdere quello che ho sarebbe meno utile di quanto quello che faccio possa esserlo, anche se solo “a modo mio”... ma poi, ci sono delle notti, come quella passata, in cui tutto mi sembra così inutile... proprio perché loro muoiono e soffrono per colpa nostra: una colpa collettiva che appartiene a tutti noi, me compresa... Tom Fletcher ha proprio ragione, la carestia a Gaza ci dovrebbe ossessionare tutt*.