laR+ IL COMMENTO

Meloni e Draghi, il Pierino e la maestra (a generi invertiti)

La presidente del Consiglio ha la posa del populismo classico, l'ex governatore della Bce quella di una nuova ma insidiosa versione per diplomati

In sintesi:
  • Il ‘meeting di Rimini’ un tempo i giornali lo chiamavano in modo più trasparente meeting di Comunione e Liberazione
  • In superficie i due statisti hanno seguito i rispettivi copioni
  • Come è noto l’Italia soffre di un deficit di dichiarazioni dei politici e anela a un sovrappiù
Lo yin e lo yang
(Keystone)
29 agosto 2025
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Per trarre il massimo giovamento dai recenti interventi di Giorgia Meloni e Mario Draghi, cioè lo yin e lo yang, o se preferite il Pierino e la maestra (a generi invertiti) dell’infinito derby tra populisti e competenti della politica italiana recente, è bene procedere come i periti calligrafici con le lettere dei serial killer: con la lettura comparata. Ci autorizza il foro in comune: l’ex presidente del Consiglio e quella attuale parlano infatti dallo stesso palco, quello del ‘meeting di Rimini’, che un tempo i giornali chiamavano in modo forse più trasparente meeting di Comunione e Liberazione, ma così si risparmia inchiostro e poi fa molto una vita in vacanza, Rimini Rimini, lasciando immaginare al lettore accaldato che dopo Draghi possa esserci Jerry Calà che fa Maracaibo al pianobar, o magari la gita in pattino.

In ogni caso, dicevamo, il palco dal quale Draghi e Meloni hanno parlato è stato allestito da un gruppo di bei giovani abbronzati e distesi che incidentalmente sono anche militanti di Comunione e Liberazione, ed è una delle tante terze camere di cui è disseminato lo Stivale, praticamente il genere edilizio italiano più diffuso dopo la veranda abusiva, come il salotto di Vespa o le presentazioni dei film di Veltroni. Luoghi cioè nei quali i potenti si danno appuntamento prima di tutto per riconoscersi ed essere riconosciuti come potenti, poi per incontrarsi come se a Roma non ci fossero abbastanza ristoranti di pesce, infine per rilasciare preziose dichiarazioni fuori dai consueti scranni, perché come è noto l’Italia soffre di un deficit di dichiarazioni dei politici e anela a un sovrappiù.

In superficie i due statisti hanno seguito i rispettivi copioni: Meloni, che comanda, ha detto che va tutto benissimo. Draghi, che non comanda più, ha detto che va tutto malissimo. Il venerdì i “giovani di Rimini” hanno dedicato una standing ovation ai foschi scenari delineati dall’ex governatore della Bce, secondo il quale l’Europa ormai irrilevante è sul punto di venire stritolata da Stati Uniti e Cina. Poi il mercoledì hanno dedicato un’altra standing ovation – forse erano degli altri, che il venerdì erano in gita in pattino – alla celebrazione meloniana del nuovo miracolo italiano, al racconto di una Penisola florida e stupendamente governata, la pace operosa dei cui prosperi cittadini è turbata solo, di quando in quando, dalle malefatte della magistratura politicizzata. Elogio funebre e panegirico, del resto, sono generi affini, talvolta perfino indistinguibili.

Colpisce però come Draghi e Meloni, senza volerlo, si siano esibiti in una rappresentazione plastica, tesi e antitesi, delle tradizionali opposte retoriche della classe dirigente italiana, l’incudine e il martello di un Paese paralizzato: l’enfatico ottimismo e l’enfatico pessimismo, specularmente deresponsabilizzanti. Se Meloni mistifica la realtà, infatti, Mario Draghi che invece la fotografa spietatamente sembra avere un rapporto selettivo con la sua genesi, e in particolare col ruolo che Mario Draghi – governatore della Banca d’Italia, poi della Bce, poi presidente del Consiglio italiano – potrebbe aver avuto nell’elaborazione e l’attuazione delle dissennate politiche europee che oggi con fermezza Mario Draghi denuncia.

Se Meloni ha la posa del populismo classico, Draghi ha quella di una nuova ma altrettanto insidiosa versione per diplomati. Quella del dolente saggio, del competente preoccupato, che utilizza le sue fosche diagnosi come l’aspirante caudillo le sfavillanti promesse: per risorgere, ogni volta che serve, dalle proprie ceneri.