Disavventure latine

Disavventure latine. Morro de São Paulo: paradiso double-face

Arrivarci, tutto sommato, è facile. Ma andarsene può fare male. All’anima, se si ripensa alla sua bellezza, ma soprattutto allo stomaco…

(© R. Scarcella)
31 agosto 2025
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Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione

Ho sempre tifato contro il Brasile del “joga bonito”, che i miei amici adoravano, che tutti adorano, preferendo la classe più spigolosa di argentini e uruguaiani. Sentivo continuamente storie di turisti rapinati e malmenati a Rio. E c’era un chiassoso amico di famiglia con delle compilation insensate in cui musica cialtronesca come la Lambada si mischiava ai capolavori della bossanova, confondendomi e facendomi odiare tutto, senza distinzioni. Il portoghese dei brasiliani, poi, è quasi incomprensibile per via dei loro birignao. Insomma, io il Brasile ce l’avevo qui. Poi, per caso, dentro una libreria, ho ascoltato “Para Machucar meu coração” di João Gilberto. Me ne sono innamorato. Sono partito da lì e ho capito che dovevo vederlo con i miei occhi, il Brasile. Ci sono andato. Avevo torto. Ve lo racconto qui.

Arrivare, tutto sommato, è facile. Ma andarsene da quel paradiso tropicale che è Morro de São Paulo può fare male. All’anima, se si ripensa alla bellezza che ci si lascia alle spalle, ma soprattutto allo stomaco. Colpa di una traversata via catamarano di due ore e mezza capace di mettere alla prova la resistenza di chiunque, compreso chi - di solito - non è abituato a fare i conti con il mal di mare. Da (e per) Salvador esisterebbe anche un’altra opzione che il viaggiatore poco informato (eccomi!) snobba per via dei tempi più lunghi. Ovvero prendere un bus di 4 ore che ti lascia nel porto più vicino all’isola di Tinharé, sulla cui punta settentrionale sorge Morro de São Paulo. Da lì, in acque tranquille - e non in mare aperto - si può navigare fino a destinazione. Ma prima di arrivare a una scena finale vagamente splatter, con bocche spalancate e volti stremati che perdono ogni forma e colore come in un’opera di Goya o in una di quelle tavole che illustrano i penitenti dell’Inferno, è bene parlare del Paradiso.


© R. Scarcella

Turismo selvaggio e interstizi di autenticità

Morro de São Paulo è una di quelle cartoline che il Brasile invia in giro per il mondo per fare bella mostra di sé: spiagge bianche e infinite, mare azzurro al limite del trasparente, palme, amache, frutta fresca che cade dagli alberi e piscine naturali in cui stare a mollo contemplando la meraviglia. Nel primo tratto, quello che porta alla prima di cinque spiagge con i cui nomi non si è voluto perdere tempo (la prima si chiama Prima, la seconda Seconda e così via…), c’è un turismo selvaggio che ha divorato quel che resta del villaggio originario, lasciando interstizi di autenticità, come una minuscola palestra dove s’insegnano lotta, scacchi e capoeira schiacciata tra locali di dubbio gusto, sushi bar, boutique alla moda e negozi di souvenir un tanto al chilo.


© R. Scarcella

Ma si può andare oltre, con un po’ di fatica, noleggiando una bicicletta con ruote abbastanza grandi da non farti impantanare nella sabbia. Con pochi reais e molto sudore, ricompensato dalla sola compagnia di palme e mare cristallino tutto per te, si può arrivare fino alla Quinta Praia, l’unica spiaggia a cui è stato dato un nome aggiuntivo, Do Encanto, che rende bene l’idea. Ci si può fermare, fare il bagno, risalire in sella, contemplare la meraviglia, giocare a calcio o a pallavolo con sconosciuti in campi provvisori disegnati sulla battigia e chiedere cocco fresco in uno di quei chioschi cadenti che sono l’esatta riproduzione di quello che molti in Europa dicono e poi non fanno (quelli del “mollo tutto e mi apro un chiringuito su un’isoletta”).


© R. Scarcella

Per non rovinarsi l’esperienza, bisogna ricordarsi però di una cosa, l’ora in cui sale la marea. Se fai tardi, la strada del ritorno scompare e rischi di non poter più rientrare. Ogni hotel ha una lavagna con gli orari e chi ti noleggia la bicicletta te lo ripete almeno dieci volte (più per non avere grane lui, che per te), invitandoti anche a fare una foto degli orari, come promemoria. Pur essendo rientrato con una mezz’ora d’anticipo, nell’ultimissimo tratto la spiaggia era già stata coperta dall’acqua a tal punto da essere irriconoscibile, costringendomi a usare una passerella che all’andata avevo ignorato e facendomi superare il chiosco delle bici, che per qualche minuto è come se si fosse volatilizzato.


© R. Scarcella

Una porta spazio-temporale

Non è l’unica magia a cui si può assistere a Morro de São Paulo. In cima alla ripida salita che dal molo in cui si attracca conduce al centro c’è una piazza che si chiama Aureliano Lima. All’inizio nemmeno te ne accorgi, ma è una specie di porta spazio-temporale: se giri a sinistra finisci nel caos turistico, nel tourbillon di chi con insistenza ti vende – a caro prezzo – escursioni preconfezionate e il Brasile che ti sei immaginato partendo da casa; se giri a destra, basta fare pochi metri e finisci in un altrove che sa di passato e di un Brasile che non sarà magari quello vero, ma ci somiglia molto: pochissimi turisti (in genere i più fricchettoni), minimarket in cui lo stesso prodotto – che sia una bibita o una crema solare – venduto due strade più in là costa il quadruplo e ristoranti che badano al sodo più che alla mise en place. In uno, decisamente spartano, spuntano anche immagini di Che Guevara che altrove spaventerebbero il turista medio. Ci sono pappagalli e tempi lenti, bambini che giocano a calcio per strada anziché turisti sciabattanti, negozi chiusi all’ora di pranzo (affronto al dio denaro impensabile nella Morro de São Paulo globalizzata che si sviluppa oltre l’altro lato della piazza) e zanzare molto più aggressive, come se anche loro si sentissero più libere di essere sé stesse.


© R. Scarcella

Quando è ora di andarsene e riprendere il catamarano per Salvador non so ancora cosa mi aspetta. Il viaggio di andata è filato via liscio e il mio unico pensiero è “avrei dovuto fermarmi almeno un altro giorno”. Chi mi ha venduto il biglietto del ritorno mi avvisa dei rischi di un viaggio não muito confortável. Me la caverò, io, grazie ai trucchi di un padre marinaio: mettiti all’aperto, stai seduto e dritto, guarda l’orizzonte, mangia qualcosa con dentro lo zenzero, bevi tanta acqua.


© R. Scarcella

Il mare non sembra particolarmente agitato, eppure lo è. Dopo mezz’ora inizia la processione di chi aveva scelto di stare dentro. A metà viaggio, fuori, non c’è più posto, nemmeno per uno spillo. È tutto un viavai di gente che va in bagno, che non sa più in che posizione mettersi, che si fa dare sacchetti per il vomito, strabuzza gli occhi, si contorce. Alcuni, addirittura, pregano. Io resisto e quando vedo il porto di Salvador tiro un sospiro di sollievo. Mi guardo intorno e vedo solo facce stravolte che si chiedono se ne sia valsa la pena. Come se ci fosse una sorta di contrappasso, una colpa da espiare per essere stati a contatto – a due ore e mezza di mare arrabbiato da qui – con tanta bellezza.