Il Bhutan appare così: sospeso tra due mondi. Un piede nel tempo dei riti e degli spiriti, l’altro in quello delle connessioni digitali
Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato a laRegione
Viaggio in Bhutan, dove ogni pietra sembra sacra. Negli Dzong, le grandi fortezze-monastero che vegliano sulle valli, i monaci recitano i mantra. Nei villaggi le donne sciamane invocano gli spiriti, mentre venerati serpenti divini abitano e proteggono le sorgenti dei fiumi. Qui le danze diventano preghiera. Eppure, accanto a questa trama antica, c’è un Bhutan diverso, inaspettato. Nei caffè della capitale Thimphu i ragazzi scrollano TikTok con la stessa naturalezza con cui i monaci girano le ruote di preghiera. Tanti giovani sognano vite globali e lasciano il Paese. Il Bhutan mi appare così: sospeso tra due mondi. Un piede nel tempo dei riti e degli spiriti, l’altro in quello delle connessioni digitali.
«La terra non ci appartiene, qui siamo ospiti di passaggio. Sono gli spiriti, i veri guardiani. Dobbiamo onorarli per vivere in armonia». Con voce calma, Sangay Wangchuk, saggista ed esperto di tradizioni sciamaniche, scandisce con cura ogni parola, mentre sbuccia nocciole per l’inverno. Ogni mattina e ogni sera compie lo stesso rituale: un’offerta al “palazzo degli spiriti”. In realtà, minuscole casette disseminate nella sua proprietà, una per ogni punto cardinale. Il suo agriturismo ecologico, Dhumra Farm Resort, domina la valle di Punakha, antico cuore del regno himalayano, dove il grande Dzong (la fortezza-tempio del 1637) segna la confluenza di due fiumi, uno maschile e uno femminile. Qui, dove ancora si respira la serenità monastica e dove viene incoronato il re del Bhutan, Sangay accoglie i viaggiatori in cerca di pace, dopo una vita trascorsa come guida turistica. Davanti al piccolo tempio rivolto a est, destinato alla salute di chi sta nell’agriturismo, Sangay mi mostra le offerte: banconote, chicchi di riso nero, pillole, pezzi di corallo. «Dentro questo pacchetto ci sono oro e argento – mi spiega – è un tesoro per gli spiriti, che ogni giorno va rinnovato con cibo fresco». In Bhutan gli spiriti sono presenze concrete, temute, che camminano accanto ai vivi. «Quando costruisci una casa fai un patto con loro. Se rompi la promessa, può accaderti di tutto», aggiunge. Smette un momento di sbucciare le nocciole e mi guarda serio: «I naga – dice – sono spiriti serpenti. Vivono nei laghi e nei fiumi, custodiscono tesori e testi sacri. Vanno onorati in giorni precisi, per proteggere la comunità». La sua voce si abbassa, come se anche solo nominarli richiedesse rispetto.
© S. Caratti ed E. Solari
L’esperto di tradizioni sciamaniche e saggista Sangay Wangchuk e sua moglie Rinzi
Qui, il quotidiano si intreccia con credenze e rituali: chi si ammala si affida prima al monastero, poi allo sciamano e solo in ultima istanza al medico in città. Mi parla delle Deloms, rispettate donne sciamane, che attraversano il sovrannaturale per guarire e guidare la comunità. «Le più potenti sono connesse a una divinità che vive in una montagna sacra in Bhutan – racconta –, diventano sciamane in menopausa. È quello il tempo della connessione». Saggezza femminile, sciamanesimo e buddhismo si intrecciano in rituali e danze di guarigione. Non esistono manuali, ma un percorso interiore di morte e rinascita. «Ciascuna trova il proprio modo di connettersi agli spiriti – conclude Sangay – e lo trova dentro di sé». Così, tra offerte quotidiane, miti ancestrali e il respiro del fiume, questo agriturismo diventa più che un luogo di ospitalità: un crocevia di spiritualità e tradizione, sospeso tra il visibile e l’invisibile.
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Sulla via per tornare alla capitale Thimphu, sul passo di Dochula, tra bandiere di preghiera a quattromila metri, i templi sembrano parlare al cielo. Qui la spiritualità è presenza. Ma il futuro bussa con insistenza. «Con un salario medio di 500 dollari e una popolazione di appena 800mila persone, sempre più giovani scelgono di partire». Australia è la parola che torna sulle labbra di tanti: «Lì posso lavorare e costruirmi un futuro. Qui non c’è abbastanza per noi», racconta, tra eccitazione e ansia, Sonam, 19 anni, che ha già in tasca un biglietto di sola andata per Canberra. Non ha un cognome, come tutti qui, per non ancorarsi a un’identità terrena, mentre i reali, con la loro aura fiabesca, osservano tutto dai ritratti appesi in ogni casa, in ogni ufficio. Quasi a ricordare che il Bhutan resta una famiglia più che uno Stato.
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Attorno alla grande statua del Buddha che domina Thimphu, da giorni si estende un mare di tende colorate. Un rinomato rinpoche è giunto per offrire insegnamenti in tibetano, che dureranno settimane. Tra i presenti vedo molti anziani. Non comprendono la lingua in cui vengono impartite le lezioni, ma rimangono lì, dall’alba al tramonto. «È la fede», spiega con un sorriso un giovane monaco, mentre dispone con gesti pazienti le offerte sull’altare: piccole ciotole d’acqua, una accanto all’altra. Ogni recipiente deve essere riempito con precisione: se l’acqua trabocca, racconta il monaco, si rischiano vite future segnate dalle lacrime. Un dettaglio minuzioso che svela la profondità della devozione quotidiana, fatta di gesti semplici e rigorosi. Parlando dei mali moderni, il monaco non ha dubbi: l’ansia nasce dai desideri che non riusciamo a soddisfare. «Sono infiniti – mi dice – e più cerchi di inseguirli, più è come bere acqua salata: non ti disseti mai». La via d’uscita, secondo lui, non è l’assenza di ambizioni, ma la capacità di vivere con ciò che si ha, senza inseguire continuamente ciò che manca.
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Il grande Buddha a Thimphu
Il contrasto rimane comunque evidente. In un Paese dove internet è arrivato solo nel 1999 e i semafori non esistono – il traffico di Thimphu viene regolato da vigili con guanti bianchi, quasi ballerini –, oggi i ragazzi scrollano TikTok nei caffè e sognano vite globali, mentre i monaci recitano mantra e fanno divinazioni negli Dzong. Quasi ogni famiglia ha un tempio da custodire dove una volta l’anno viene fatta una grande cerimonia (Puja) con offerte, rituali e monaci: può arrivare a costare anche mille franchi.
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Ma se i giovani partono – penso tra me e me – chi accenderà le lampade di burro? Chi terrà viva la tradizione e custodirà questo patrimonio di riti e credenze? Il Bhutan cammina in equilibrio tra superstizione e tecnologia, tra preghiere al vento e ambizioni globali. Riuscirà questo piccolo regno che cammina come sospeso tra due mondi a custodire la sua anima, mentre i suoi giovani cercano altrove il proprio futuro?