Come salvare la fiducia nelle istituzioni quando personaggi come Trump e Bolsonaro diffondono falsità su frodi elettorali?
Informare, prima delle elezioni, sulla sicurezza e affidabilità delle procedure di scrutinio è più efficace di smentire la disinformazione intorno a brogli elettorali. Insomma, il “prebunking” funziona meglio del “debunking” per quanto riguarda la sicurezza delle votazioni: è il risultato di una ricerca condotta su oltre quattromila persone negli Stati Uniti e in Brasile.
Lo studio, condotto da un gruppo internazionale guidato da John M. Carey del Dartmouth College e pubblicato su ‘Science Advances’, confronta per la prima volta l’efficacia di diverse strategie anti-disinformazione in due contesti post-elettorali caratterizzati da sistematiche accuse di frode da parte dei candidati sconfitti alle urne: Donald Trump – che anche dopo la rielezione nel 2024 continua a ripetere di aver perso nel 2020 per via di brogli – e Jair Bolsonaro nel 2022.
La ricerca si basa su tre esperimenti, condotti tra il 2023 e il 2024, che hanno testato l’impatto di messaggi di “prebunking” – che potremmo considerare una forma di “inoculazione psicologica” preventiva – confrontandoli con un “debunking”, ovvero con correzioni successive provenienti in questo caso da fonti considerate credibili perché politicamente vicine ai candidati sconfitti. I risultati mostrano che il primo sistema, quello del prebunking, produce effetti più consistenti e duraturi nell’aumentare la fiducia nelle elezioni e nel ridurre le false credenze sulla frode elettorale.
Le strategie di delegittimazione elettorale adottate da Trump e Bolsonaro rappresentano un fenomeno relativamente nuovo, nelle democrazie liberali, quantomeno per estensione e sistematicità.
Come ha affermato in un incontro con la stampa Brendan Nyhan, coautore della ricerca e professore al Dartmouth College, “abbiamo assistito a leader eletti che attaccano i risultati elettorali non solo dopo aver perso, ma anche prima delle elezioni, e abbiamo visto le conseguenze sia a Washington DC che nella capitale del Brasile”.
Questa tattica può portare vantaggi politici immediati: il candidato sconfitto non appare come un perdente, consolida la base di sostenitori e indebolisce la legittimità degli avversari. Tuttavia, comporta il rischio di “avvelenare i pozzi” del sistema democratico: la fiducia nel sistema elettorale e nella correttezza delle operazioni di scrutinio è uno dei pilastri della democrazia. “È diventato chiaro che uno dei domini più dannosi per la disinformazione è la fiducia nelle elezioni e nei processi democratici”, ha affermato Nyhan. “Quando le persone perdono le elezioni, spesso sono disilluse e in quel contesto la disinformazione può essere particolarmente attraente”.
Negli ultimi anni le fake news sono diventate una delle preoccupazioni principali e non solo in ambito politico (basti pensare alle bufale sul riscaldamento globale o sui vaccini). Se disinformazione e malinformazione sono sempre esistite, la crescente popolarità dei social media con i loro algoritmi spesso opachi ha cambiato la dieta mediatica delle persone e messo in dubbio le strategie tradizionali di contrasto.
Si sono in particolare accumulate prove sul fatto che verificare informazioni false o fuorvianti che già circolano tra la popolazione sia poco efficace se non addirittura dannosa: come riporta una battuta attribuita ad Andreotti, “una smentita è una notizia data due volte”, tentare di correggere false credenze può paradossalmente rafforzarle, soprattutto tra le persone più ideologicamente coinvolte che difficilmente rinunciano a delle opinioni che in parte ne definiscono l’identità sociale. Anche per questo la ricerca coordinata da John M. Carey ha fatto ricorso, per il debunking, alle dichiarazioni sull’inesistenza dei brogli elettorali interne al gruppo dei sostenitori di Trump e Bolsonaro.
Se la correzione del debunking non funziona, si può provare con la prevenzione: seguendo la metafora che vede nella disinformazione un virus che attacca la conoscenza, si può provare a “immunizzare” il sistema cognitivo con una versione modificata delle fake news che verosimilmente circoleranno in futuro. Fuor di metafora, si tratta non solo di sviluppare il pensiero critico – obiettivo tanto ideale quanto difficile da raggiungere – ma soprattutto di creare le condizioni per una riflessione informata sulla credibilità di una determinata informazione (come, appunto, i brogli elettorali).
La ricerca pubblicata su ‘Science Advances’ ha, come detto, confrontato le due strategie vedendo gli effetti del debunking sulle presunti frodi alle presidenziali del 2020 negli Usa e 2022 in Brasile e il prebunking sulla sicurezza dello spoglio per, rispettivamente, le elezioni di metà mandato del 2022 e le presidenziali brasiliane del 2026.
Da una parte correzioni retrospettive che presentavano, come accennato, “fonti credibili contro interesse”, ovvero repubblicani che riconoscevano la vittoria di Biden negli Stati Uniti e, in Brasile, membri della famiglia Bolsonaro che ammettevano la sconfitta del candidato oltre a osservatori elettorali indipendenti. Dall’altra messaggi che fornivano informazioni dettagliate sui meccanismi di protezione elettorale, spiegando come le elezioni sono strutturate per prevenire frodi sistematiche.
I risultati hanno mostrato che, per quanto anche il debunking abbia un effetto positivo, il prebunking è più efficace e ha effetti più duraturi sia in Brasile sia negli Stati Uniti. Anzi, in Brasile ha funzionato leggermente meglio che negli Stati Uniti. Perché? Nyhan ha formulato l’ipotesi che in Brasile «le informazioni fornite fossero più nuove per le persone o più dissimili da ciò a cui erano state esposte in precedenza». Gli americani, al contrario, avevano già sentito smentite sulle falsità di Trump.
Si tratta, come ribadito durante l’incontro con la stampa, di una congettura – «non abbiamo una misura diretta dell’esposizione alle informazioni in questo contesto» ha ammesso sempre Nyhan – ma coerente con i risultati del terzo studio, condotto questa volta solo negli Stati Uniti, e che ha cercato di appurare cosa è davvero importante nelle strategie di prebunking: spiegare la sicurezza delle operazioni di scrutinio oppure avvisare che su quel tema in futuro potrebbero circolare delle fake news? Come ha spiegato Brian Fogarty, coautore dello studio, «l’efficacia della correzione di prebunking sembra essere guidata dalle nuove informazioni fattuali sulla sicurezza elettorale piuttosto che dal preavviso». «Non abbiamo trovato prove che il preavviso fosse utile e anzi abbiamo qualche indicazione che addirittura riduca l’efficacia del prebunking» ha confermato Nyhan. Il problema potrebbe essere legato al fatto che la stessa disinformazione è diventata un tema polarizzante: Dire che “ci sono delle fake news in circolazione” rischia insomma di assumere una valenza politica che riduce l’efficacia delle informazioni stesse.
Un altro risultato interessante della ricerca riguarda l’efficacia degli interventi nei vari sottogruppi. «Gli effetti delle correzioni sono stati maggiori tra coloro che erano più disinformati o coloro che erano più suscettibili di essere disinformati», ha osservato Fogarty. Il prebunking insomma sembra funzionare meglio proprio con chi ne ha più bisogno: sostenitori dei candidati sconfitti e persone con alti livelli di disinformazione pre-esistente.
Questi i risultati dei tre studi che se da una parte confermano quanto già appurato sull’efficacia del prebunking, dall’altra ne mostrano l’efficacia su un settore come detto importante come la fiducia nei sistemi elettorali.
Adesso si tratta di capire come tradurre questi risultati in interventi concreti, tenendo presente che un conto sono degli esperimenti svolti in un ambiente controllato, un altro il “mondo reale” dei social media e dell’informazione quotidiana.
Ci si può inoltre chiedere quanto questi risultati siano generalizzabili a contesti – che rappresentano ancora la maggioranza delle democrazie liberali – dove i candidati che perdono le elezioni denuncino senza prove, e magari prima ancora delle elezioni, brogli. «Non sappiamo quale effetto questi tipi di messaggi potrebbero avere in un contesto in cui l’integrità delle elezioni non viene messa in discussione da una figura elettorale prominente» ha ammesso Nyhan. Inoltre, come ha precisato la coaurtrice dello studio Marília Gehrke, «i sistemi mediatici in Brasile e negli Stati Uniti sono molto simili» con una prevalenza di media commerciali che non ritroviamo ad esempio in Europa.
In ogni caso il prebunking semplifica le cose, visto che richiede minori costi e sforzi e può essere preparato in anticipo. «Non si sta cercando di giocare a una sorta di ‘acchiappa la disinformazione elettorale’, abbattendo ogni cosa che casualmente salta fuori» ha spiegato Fogarty.
Non è neanche necessario che l’intervento arrivi dalle autorità governative, ma può essere diffuso: pensiamo a organizzazioni giornalistiche o, dove sono presenti in maniera capillare come appunto Brasile e Stati Uniti, alle chiese.