Da lunedì ci sarà bisogno della biologia per competere nelle categorie femminili, ma comunità scientifica e atlete non sono convinte della sua efficacia
A partire da lunedì 1° settembre la Federazione internazionale richiederà test di genere a tutte le atlete che desiderano competere nelle categorie femminili riconosciute dalla stessa. Una misura che ha suscitato malcontento e rischia di erigere ulteriori barriere di natura etica nonché legale. Nemmeno la comunità scientifica è infatti convinta della sua efficacia. “Questo test è giuridicamente discutibile, eticamente delicato e scientificamente riduttivo”, ha dichiarato la tedesca Malaika Mihambo – laureatasi campionessa olimpica nel concorso del salto in lungo nel 2021 – riassumendo in poche righe la posizione di parecchie sue colleghe, costrette a sottostare a questo nuovo regolamento così da poter gareggiare nelle grandi manifestazioni come i Mondiali (in programma fra due settimane, dal 13 settembre).
Nel suo reiterato intento di “proteggere le categorie femminili”, World Athletics ha scelto d’imporre questo test genetico, che si può effettuare “solo una volta nella vita” e ricerca il gene Sry (presente sul cromosoma Y e responsabile dello sviluppo di molte caratteristiche maschili). Se l’esito è negativo, l’atleta può competere fra le donne. È previsto un meccanismo di ricorso e approfondimenti medici, ma il criterio della biologia resterà vincolante. “Non mi piace il precedente che questa misura crea”, ha dal canto suo dichiarato la mezzofondista non binaria Nikki Hiltz, specialista dei 1’500 metri e qualificata per la rassegna iridata, chiedendo di concentrarsi su altri problemi quali ad esempio allenatori violenti o doping. È scettica pure la belga Nafissatou Thiam, tre volte campionessa olimpica nell’eptathlon, che non è convinta “che la giustificazione di proteggerci sia valida. Non ho l’impressione che sia mai stata veramente una priorità nelle ultime stagioni”.
Nonostante le critiche, il presidente della Federazione internazionale Sebastian Coe si è rallegrato che "più del 90% delle atlete che parteciperanno alla rassegna iridata ha già effettuato un test”. Test che può essere realizzato tramite un prelievo di sangue o un tampone orale a seconda della modalità più accessibile, che stando al numero uno di World Athletics “non è invasivo” e contribuisce a “proteggere le categorie femminili”. Una rivoluzione necessaria così da garantire la trasparenza e l’equità delle competizioni, escludendo chi potrebbe avere un vantaggio biologico, anche se in merito non esiste alcun consenso scientifico. Nel 2023 la Federazione aveva già messo alla porta le transgender che avevano effettuato la transizione dopo la pubertà e aveva inasprito le norme per le atlete iperandrogine, che sono tenute a ridurre la quantità di testosterone presente nel proprio corpo a un livello considerato accettabile dalla Federazione. I test d’idoneità non sono comunque una novità nell’atletica. La vecchia Iaaf per ben due volte, anni Cinquanta e Sessanta, introdusse verifiche (fisiche nonché visive) per accertare “la femminilità” di alcune ragazze del blocco sovietico.
World Athletics garantisce che permetterà di “determinare in modo affidabile il sesso biologico”, ma la comunità scientifica evidenzia i limiti di questo test cromosomico, abbandonato in seguito alle Olimpiadi del 1996 ma tornato in auge pure in altre discipline quali nuoto e boxe. “La scienza non corrobora queste affermazioni troppo semplicistiche”, ha evidenziato sul giornale The Conversation il ricercatore Andrew Sinclair, che nel 1990 ha scoperto il gene Sry. La determinazione “del sesso biologico è molto più complessa” e le caratteristiche “cromosomiche, gonadiche, ormonali e sessuali (secondarie) giocano tutte un ruolo”, insiste, ricordando l’esistenza di persone “biologicamente donne, ma con i cromosomi XY”.
Oltre alla questione della sua rilevanza scientifica, il nuovo regolamento rappresenta un rompicapo logistico per le federazioni affiliate. Ad esempio in Canada un errore nel protocollo ha fatto sì che questi non avessero soddisfatto i requisiti di World Athletics. Un’altra situazione piuttosto buffa è accaduta in Francia: la Federazione aveva previsto di effettuare i test durante i Campionati nazionali, ma si è scontrata con il “rifiuto categorico” dei ministeri della Salute e dello Sport. Il motivo? Erano vietati dalla legge sulla bioetica del 1994. Un documento inviato dalla Federazione australiana, invece, ha messo in evidenza “problemi etici significativi”, ricordando alle sue atlete che possono “rifiutarsi di sottoporsi a questi test senza temere conseguenze legali su territorio nazionale” e sottolineando le difficili conseguenze “emotive” di un risultato positivo inaspettato. World Athletics, dal canto suo, assicura che non sarà giudicata l’identità di genere come pure che saranno garantite la dignità e la riservatezza di ognuno e soprattutto non verrà imposto alcun intervento chirurgico. Il test genetico servirà ‘solo’ a preservare l’equità competitiva e assicurare condizioni biologiche comparabili fra le partecipanti.